Una nostra lettrice ha voluto condividere con noi cosa significa vivere in prima persona il disturbo ossessivo-compulsivo
Sono una persona che ha avuto il disturbo ossessivo-compulsivo con pensieri intrusivi “da contrasto”. Ho superato da un pezzo i vent’anni, ho sempre avuto una famiglia numerosa e chiassosa: lontana dalla perfezione, sì, ma che mi ha comunque lasciato tanti bei ricordi e che, a suo modo, c’è sempre stata.
Ho una mente brillante, pochi amici ma molto buoni, e una disabilità fisica dalla nascita che, con tutte le sue problematiche connesse, non mi ha mai davvero fermata. Ho sempre avuto interessi, passioni, un carattere socievole; forse un po’ timida da bambina e da ragazza, ma comunque spiritosa e aperta agli altri.
Eppure, a diciott’anni, nell’estate tra il quarto e il quinto anno di liceo, arriva il primo pensiero intrusivo, dopo la visione di un film come tanti, senza infamia e senza lode.
“E se fossi…? E se facessi…? E se un giorno mi rivelassi…?”.
Inizia così un periodo fatto di compulsioni, di test mentali per trovare una risposta a tutti questi “e se”. Un periodo di depressione. Di settimane senza voler uscire di casa o dal letto. Una sensazione costante e profonda di paura e vergogna, intrecciate tra loro. Il desiderio di non vedere né parlare con nessuno. Un lungo tempo in cui non sentivo nulla, se non la mia testa che mi spaventava a morte.
Questo tipo di disturbo è particolarmente sottile perché, almeno per me, è stato “a ondate”: ti dà tregua e poi, ciclicamente, si ripresenta. Magari nei momenti in cui le attività quotidiane si fermano, come a Natale o durante le ferie estive. Oppure quando sei sotto stress.
E allora i pensieri intrusivi cambiano forma, contenuto, ma tornano. Si riaffacciano nella mente e diventano come un vento fortissimo che entra in una casa e butta tutto all’aria.
Io ho sempre descritto il disturbo ossessivo-compulsivo così: come un buco nero che si mangia tutto. Avete presente quelle scene delle serie in cui un’astronave cerca di non essere risucchiata da un buco nero? Per me era esattamente così. Conoscevo anche i suoi meccanismi, eppure era come se qualcosa spazzasse via ogni cosa dentro di me.
È davvero come essere rapiti, e non uso questo termine a caso, dalla propria mente.
In Italia il disturbo ossessivo-compulsivo colpisce circa 800mila persone e, a livello mondiale, circa il 3% della popolazione. L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo considera tra i disturbi più invalidanti, con un impatto molto negativo sulla vita di chi ne soffre.
Eppure, se ne parla pochissimo. Nell’immaginario collettivo è ancora ridotto a una semplice fissazione per l’ordine. C’è poca comprensione e, ogni volta che chi lo ha vissuto prova a raccontarlo, emergono grandi difficoltà nel farsi capire e comprendere. Esiste un vero e proprio tabù.
Qualcosa si muove: iniziano a comparire podcast, persino su TikTok c’è qualche spazio dedicato. Ma resta estremamente difficile parlarne. È qualcosa di profondamente doloroso.
Per questo ho deciso di scrivere questo contributo: per ringraziare una cantante che non seguo abitualmente, ma che è riuscita a dare voce a chi ci è passato. Parlo di Madame che, con il suo recente singolo Bestia, è riuscita a mettere in musica parole che io non sono mai riuscita a dire, nonostante ami le parole e creda di saperle usare.
Nel testo canta: “Sai muovere le mie mani, sai fare la mia voce”. Ed è esattamente così. Il disturbo ossessivo-compulsivo viene da te, dalla tua mente: non c’è un modo per scappare. È davvero come essere rapiti da sé stessi.
Il mio percorso è stato molto lungo, fatto di alti e bassi. È passato anche attraverso momenti molto bui.
Un invito che sento di fare è alle persone che stanno accanto a chi soffre di questo disturbo: ascoltate. Ascoltate davvero. Perché, come dice Madame, è come se ci fosse un rapitore che parla con la tua voce, che usa le tue mani, che trasforma la tua mente in una gabbia.
E parlo anche a chi ne soffre. Per me è stato molto duro uscirne; anche solo ripensarci oggi mi emoziona profondamente. La mente è un meccanismo complesso e, non è questo il luogo per analizzarlo, ma una cosa posso dirla con certezza: chiedete aiuto. Se ne esce.
A un certo punto qualcosa scatta, soprattutto se accanto avete un supporto professionale. Parlate. Non vergognatevi. Fa parte del vostro percorso, ma non è tutto il vostro percorso.
(Maria G. Rossi)










