In Italia oltre la metà dei detenuti con disabilità vive in strutture inadeguate. Due esperienze d’eccellenza a Bari e Parma mostrano che è possibile fare meglio, ma la mancanza di monitoraggio nazionale, di organico e di spazi adeguati continua a generare situazioni di abbandono, vulnerabilità e violenza

I carceri in Italia dove la disabilità dei detenuti è tenuta in considerazione sono esempi virtuosi rarissimi
L’Associazione Antigone ha recentemente analizzato le schede di trasparenza degli istituti penitenziari italiani (dati estate 2025), fotografando una realtà inequivocabile: a fronte di 62.307 detenuti, le celle disponibili sono 28.881, ma solo 427 risultano attrezzate per persone con disabilità. Una cifra minima, distribuita in maniera profondamente disomogenea. Gli istituti meglio dotati – come Cagliari Uta (26 camere), Sassari (22), Catanzaro (22), Messina (21), Bari (17) e Parma (16) – rappresentano eccezioni virtuose. Ma il dato più allarmante è un altro: in 98 istituti, quasi la metà del totale, non esiste neppure una cella adeguata a ospitare una persona con disabilità.
Accanto ai numeri, le testimonianze dirette mostrano un quadro drammatico. Nel 2021, Sandro Libianchi, presidente del Coordinamento Nazionale per la Salute nelle Carceri, denunciò che «il detenuto disabile è del tutto invisibile, e la sua condizione non gli permette di avere le stesse opportunità del detenuto non disabile: non può fare quasi niente […] e questo si traduce in una sofferenza indicibile». Un anno dopo, Rolling Stone raccolse la voce di un detenuto trasferito da un istituto dove riusciva a deambulare con le stampelle – dove svolgeva perfino fisioterapia – a un carcere privo di qualsiasi servizio riabilitativo. «Nel nuovo carcere non ho potuto fare riabilitazione per tre anni e mezzo. Senza esercizi sono finito in carrozzina. Adesso vivo in mano agli altri». Un racconto che sintetizza con crudezza come l’ambiente detentivo possa determinare un peggioramento irreversibile delle condizioni di salute.
Sul piano normativo, il quadro italiano resta sorprendentemente scarno. L’unico riferimento operativo è la circolare del Dap sulla disabilità motoria – emanata proprio dopo l’unica rilevazione nazionale del 2015 – che si concentra soprattutto su barriere architettoniche, formazione minimale dei “piantoni” e indicazioni sanitarie. L’articolo 65 dell’Ordinamento Penitenziario prevede teoricamente l’assegnazione delle persone con gravi minorazioni a istituti o sezioni speciali per un trattamento idoneo. Ma nella pratica si tratta di una tutela formale e largamente disattesa. E soprattutto, è molto lontana dai principi della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, che impegna gli Stati a garantire piena uguaglianza, dignità e partecipazione, non semplice “custodia separata”.
In Italia sono oltre 600 i detenuti con disabilità. Un numero che, più che restituire un fenomeno, ne rivela uno ancora più serio: si tratta dell’unica rilevazione ufficiale realizzata nel 2015 dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Da allora, nessun monitoraggio permanente, nessuna fotografia aggiornata, nessun coordinamento sistematico con il Servizio Sanitario Nazionale, cui dal 2008 spetta la gestione della sanità penitenziaria. Senza dati, non c’è politica pubblica. E quando il sistema non vede, le persone – soprattutto quelle più fragili – scompaiono.
Proprio a seguito di quella rilevazione, il Dap emanò una circolare che richiamava la Convenzione Onu sulla disabilità e la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute (ICF) dell’OMS, introducendo un cambio di paradigma: la disabilità non è solo una condizione fisica, ma il risultato dell’interazione tra stato di salute e ambiente. Se il contesto è inadeguato – architettonicamente, socialmente, relazionalmente – esso stesso diventa produttore di disabilità. L’ICF permette di valutare funzioni, attività e partecipazione insieme ai fattori ambientali, e sarebbe uno strumento prezioso per costruire programmi individualizzati di trattamento, come richiesto dalla legge. Ma nella realtà quotidiana degli istituti penitenziari italiani questa visione rimane perlopiù inapplicata.
L’Ordinamento Penitenziario prevede inoltre che le persone con gravi minorazioni vengano accolte in sezioni speciali, adeguate e accessibili. Eppure, nel 2025, soltanto due reparti rispondono realmente a questi criteri: la sezione dedicata della Casa circondariale di Bari e quella della Casa di reclusione di Parma. Due modelli avanzati, con camere ampie, bagni attrezzati, percorsi accessibili, spazi per la fisioterapia e personale formato. In alcuni casi anche programmi innovativi, come la formazione dei caregiver detenuti a Bari, frutto della collaborazione con il Policlinico. Tuttavia, queste restano eccezioni. Altre sezioni “dedicate” risultano chiuse o inutilizzate – da Catanzaro a Massa Carrara, fino a Busto Arsizio. E in molti istituti le soluzioni sono celle “parzialmente adattate”, insufficienti a garantire autonomia e dignità.
Questo scarto tra norme e realtà ha conseguenze dirette e dolorose: trasferimenti lontani dal territorio d’origine, isolamento, impossibilità di accedere alle cure. Non è un caso che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo abbia più volte condannato l’Italia per condizioni detentive incompatibili con la disabilità.
È dentro questo quadro di abbandono che si inserisce la vicenda del 61enne non autosufficiente del carcere “Cerialdo” di Cuneo, che ha denunciato di aver subito violenze sessuali dal compagno di cella incaricato di assisterlo. L’episodio sarebbe avvenuto di notte, in un reparto sorvegliato da un solo agente per tre piani, con telecamere fuori uso, in uno degli istituti più sovraffollati e sotto-organico del Paese: dai 240 detenuti del 2022 si è passati agli attuali 400, senza alcun potenziamento del personale. «Una delle condizioni più disastrose d’Italia», ha dichiarato il segretario Osapp Leo Beneduci. Una condizione che rende evidente come la mancanza di protezioni minime trasformi la disabilità in un rischio estremo.
Eppure, esperienze positive dimostrano che un’altra strada esiste. Bari e Parma mostrano che un carcere capace di accogliere la disabilità in modo dignitoso è possibile: accessibilità reale, formazione, trattamento individualizzato, collaborazione tra sanità e istituzione penitenziaria. È, in fondo, l’applicazione concreta dei principi dell’ICF: non guardare solo al deficit, ma al contesto, alla partecipazione, alla qualità della vita.
Nella maggior parte del Paese, però, la situazione resta drammatica. Più della metà dei detenuti con disabilità vive in sezioni non attrezzate. Il 30% avrebbe diritto alle misure alternative ma non può usufruirne. I “piantoni” raramente sono formati. Le barriere architettoniche restano pervasive. E senza un sistema di monitoraggio, la disabilità continua a restare invisibile proprio dove le fragilità diventano più acute.
Le esperienze positive mostrano che un altro modello è possibile. Ma fino a quando il Paese non adotterà un approccio sistemico – fatto di dati, formazione, accessibilità, personale sufficiente e applicazione dell’ICF – la disabilità in carcere continuerà a essere una pena aggiuntiva, silenziosa e troppo spesso esposta alla violenza.
(Tiziana Rinaldi)









