Occhi puntati sugli Stati Uniti e la sua Ice: l’autodefinita “terra della libertà” mostra il suo lato più autoritario
L’immagine e il prestigio degli Stati Uniti d’America non godono di ottima salute. Nel giro di un anno dal suo insediamento, Donald Trump è riuscito a deteriorare rapporti finora pacifici e di reciproco rispetto con l’Unione Europea, esacerbare le tensioni con l’America Latina e inimicarsi alleati storici come il Canada e l’Inghilterra. E se la politica estera degli Usa è tutto fuorché serena, quella interna non è da meno: i riflettori sono puntati sull’Ice (Immigration and Customs Enforcement), agenzia statunitense che ha recentemente assunto un ruolo centrale nel dibattito pubblico, non solo per il numero delle espulsioni che sta eseguendo, ma soprattutto per le modalità con cui opera e per le conseguenze umane, sociali e politiche delle sue azioni.
Cos’è (e cosa non è) l’Ice
L’Ice è un’agenzia federale alle dipendenze del Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) degli Stati Uniti. Questo significa che opera in autonomia e non risponde a sindaci o governatori. In alcuni casi collabora con le amministrazioni locali, in altri no o addirittura è in conflitto con esse. Non è una forza di polizia tradizionale: i suoi compiti riguardano l’applicazione delle leggi sull’immigrazione e il controllo delle frontiere interne, con poteri di arresto, detenzione ed espulsione.
Non tutti gli Stati sono favorevoli
La sua natura federale rende l’Ice un soggetto particolarmente controverso poiché può operare anche in aperto contrasto con i governi locali e statali, intervenendo in territori dove le autorità politiche e civili dichiarano di non voler collaborare. Formalmente l’Ice è presente su tutto il territorio statunitense, ma non ovunque è accolta allo stesso modo. In diversi Stati a guida democratica, governatori e amministrazioni locali hanno preso le distanze dalle sue operazioni, criticandone metodi e impatto sociale.
La governatrice Kathy Hochul ha più volte chiarito che lo Stato di New York non intende sostenere operazioni che mettano a rischio la sicurezza delle comunità o violino diritti fondamentali. In Minnesota, il governatore Tim Walz ha denunciato il clima di paura generato dalle retate federali, mentre nello Stato di Washington il governatore Jay Inslee ha parlato apertamente di pratiche che minano la fiducia nelle istituzioni.
A un occhio esterno potrebbe sfuggire, ma in realtà su questo tema il Paese è profondamente diviso.
Come opera l’Ice
È negli ultimi mesi che un’ondata di indignazione sta attraversando il mondo, alimentata dalle tante testimonianze che arrivano dai cittadini statunitensi. Centinaia di video, diffusi sui social e ripresi da media indipendenti e internazionali, mostrano modalità operative violente: agenti armati e a volto coperto irrompono in abitazioni sfondando le porte, rompono i finestrini delle auto per estrarre persone inermi, incluse donne e bambini, arrestano puntando armi, gettando a terra e ammanettando in strada presunti immigrati clandestini. Le persone che subiscono queste aggressioni, vengono spesso fermate sulla base dell’accento o dell’aspetto fisico.
Le immagini diffuse hanno trasformato l’Ice, per una parte crescente dell’opinione pubblica, da strumento amministrativo a simbolo di repressione.
Che fine fanno le persone arrestate
Le persone arrestate dall’Ice vengono trasferite nei centri di detenzione, luoghi che sono stati più volte segnalati da organizzazioni umanitarie a causa di condizioni inadeguate: sovraffollamento, carenze igieniche, accesso limitato a cure mediche e assistenza legale. La detenzione può durare settimane o mesi, con separazioni familiari traumatiche e un impatto psicologico grave soprattutto su minori e persone vulnerabili.
Chi sono gli agenti dell’Ice?
A destare particolare preoccupazione sono le persone in prima linea, gli agenti dell’Ice: individui che ricoprono ruoli delicatissimi, ma che inchieste giornalistiche hanno svelato non essere sufficientemente preparati. Negli ultimi anni, infatti, per sostenere la massiccia campagna di espulsioni voluta dal governo Trump, il reclutamento è stato accelerato, pubblicizzando la ricerca di agenti anche al di fuori dei canali tradizionali, arrivando su social media come TikTok o su piattaforme musicali come Spotify.
Questa fretta si è tradotta in percorsi di addestramento più brevi rispetto al passato, con meno spazio dedicato a diritti civili, gestione dei conflitti e di contesti sensibili: una preparazione spesso insufficiente per operazioni complesse.
Il look e i modi inquietanti di Gregory Bovino
Figura chiave ed emblematica del fenomeno Ice è Gregory Bovino, alto funzionario dell’agenzia federale. Il suo stile comunicativo aggressivo e l’immagine marcatamente militarizzata hanno spinto commentatori e attivisti a evocare paragoni con derive autoritarie del passato. A ben vedere, Bovino è l’unico esponente dell’Ice che non opera a volto coperto, ma anzi, è decisamente riconoscibile, col taglio di capelli e il cappotto che ricordano l’estetica dei gerarchi nazisti, nei video di retate che fanno tornare alla memoria i rastrellamenti tedeschi del secolo scorso.
Ironia della sorte, il volto simbolo della caccia agli immigrati negli Usa, è a sua volta nipote di immigrati: i suoi nonni erano italiani e cercarono fortuna negli Stati Uniti il secolo scorso.
Propaganda e spettacolarizzazione
Le espulsioni di massa sono state operate durante tutte le amministrazioni, sia democratiche che repubblicane, anche con numeri piuttosto alti (il record è attualmente detenuto dall’amministrazione Biden). Come è stato evidenziato da alcuni osservatori, la novità sta nel fatto che queste operazioni hanno recentemente assunto una funzione anche propagandistica. Le retate spettacolari, le immagini di forza e controllo, la comunicazione muscolare servono a costruire il profilo di un presidente forte sul tema della sicurezza, per la gioia del suo elettorato. Così, con Donald Trump l’Ice diventa uno strumento politico dove la visibilità e l’impatto emotivo contano più dei risultati concreti.
Gli effetti reali: economia, diritti e reputazione internazionale
Ma quali sono i risultati concreti di queste politiche aggressive sul tema dell’immigrazione? Al di là dell’aspetto propagandistico, la sensazione è che ci si stia dando la zappa sui piedi: gli immigrati irregolari rappresentano una parte essenziale dell’economia statunitense, basti pensare al loro impiego in settori come agricoltura, edilizia e manifattura. Le espulsioni di massa rischiano di produrre danni economici, carenza di manodopera e aumento dei costi.
A ciò si aggiunge il costo umano: secondo osservatori indipendenti, le morti collegate a operazioni di arresto e detenzione hanno raggiunto livelli tra i più alti degli ultimi vent’anni. Perché sì, è vero che la politica rigida sull’immigrazione non è una novità, ma la differenza col passato sta nella violenza con cui viene esercitata.
Anche l’immagine internazionale degli Usa ne risente, con organizzazioni per i diritti umani e governi stranieri che stanno esprimendo preoccupazione per la deriva sempre più autoritaria da parte di un Paese che ha sempre fatto della narrazione di sé stesso come terra della libertà un punto di forza.
Le voci contrarie: artisti, media e piazze
La reazione della società civile non ha tardato ad arrivare. Sono tanti gli artisti e i personaggi pubblici che hanno preso posizione apertamente: il pluripremiato Robert De Niro, il regista Quentin Tarantino, Bryan Cranston e Giancarlo Esposito di Breaking Bad, l’attore Jim Carrey, la cantautrice Billie Eilish, i Green Day, Neil Young, i Duran Duran e tantissimi altri hanno criticato duramente Trump e l’Ice. Il musicista e produttore Moby ha scritto che Trump “non rappresenta l’America” e che milioni di cittadini rifiutano quella visione del Paese.
Negli ultimi giorni, anche i Grammy Awards sono diventati un megafono del dissenso. Durante la cerimonia, diversi artisti hanno espresso solidarietà alle comunità immigrate e condannato le politiche migratorie e le azioni dell’Ice, trasformando uno degli eventi musicali più seguiti al mondo in un palco di protesta.
Anche il mondo televisivo ha reagito: Jimmy Kimmel, uno dei volti più noti della TV americana, ha parlato pubblicamente degli omicidi perpetrati dall’Ice, arrivando a commuoversi in diretta.
Tom Morello, il leggendario chitarrista dei Rage against the machine e degli Audioslave, Ha organizzato un grande evento musicale per dire no all’Ice. Sul palco anche Bruce Springsteen, che per l’occasione ha composto la canzone Streats of Minneapolis.
L’ultimo grande evento in ordine di tempo influenzato dalla protesta contro le politiche di Trump è stato il seguitissimo Super Bowl, una vera istituzione negli Usa, paragonabile al nostro Festival di Sanremo, in cui l’artista Bad Bunny ha messo in scena uno spettacolo in cui esprimeva la propria solidarietà per le persone latinoamericane, fortemente colpite dalle recenti politiche statunitensi.
Parallelamente, migliaia di persone comuni sono scese in piazza. Manifestazioni, reti di solidarietà, chiese e associazioni che offrono rifugio, cittadini che avvertono gli immigrati con fischietti e segnali: un movimento diffuso che racconta un’America che non si riconosce in questa caccia all’uomo. Persino loro, in gran parte bianchi e benestanti, pagano a caro prezzo il loro dissenso: la poetessa Renee Nicole Macklin Good e l’infermiere Alex Jeffrey Pretti sono stati uccisi dagli agenti dell’Ice durante le manifestazioni.
Dov’è finita la terra della libertà?
Le espulsioni non sono una novità nella storia degli Stati Uniti (un Paese – lo ricordiamo – fondato sull’immigrazione e che adesso fa della lotta all’immigrazione uno strumento di propaganda), ma ciò che rende questa fase diversa e inquietante sono la violenza, la spettacolarizzazione e il numero di vittime coinvolte. E in questo contesto vacilla l’idea stessa di democrazia, di stato di diritto e di umanità che la retorica statunitense ha sempre voluto rappresentare. Cala la maschera di “Land of freedom” e si svela il volto più autoritario degli Usa.
Oggi c’è indubbiamente tensione negli Stati Uniti: tensione per una parte della popolazione, preoccupata dalla rapida contrazione dei diritti civili che sta avvenendo negli ultimi mesi; tensione per chi osserva dall’esterno e non riesce a prevedere dove porterà questa ondata di violenza.
(Manuel Tartaglia)









