La storia della condannata statunitense ci impone, ancora una volta, una riflessione profonda sull’utilità della pena di morte

Un gruppo di manifestanti contro la piena di morte negli Usa
Come scrisse Victor Hugo, “La pena di morte è il segno caratteristico ed eterno della barbarie”.
La pena di morte è attualmente in vigore in oltre cinquanta Stati nel mondo. La stragrande maggioranza delle esecuzioni globali si concentra in pochi Paesi, principalmente situati in Asia e Medio Oriente. La Cina è il maggior esecutore al mondo, anche se il numero di casi è coperto dal segreto di Stato; l’Iran supera le duemila esecuzioni l’anno e l’Arabia Saudita ne registra centinaia ogni anno.
Negli Stati Uniti, l’unica democrazia occidentale a praticare regolarmente la pena di morte, è mantenuta formalmente in 27 Stati. Quella di Christa Pike, prevista per il 30 settembre scorso, sarebbe dovuta essere la venticinquesima esecuzione dall’inizio dell’anno.
Ma Christa Pike è ancora viva. Malconcia, ma viva.
L’iniezione che avrebbe dovuto mettere fine alla sua vita non ha prodotto il risultato previsto, tanto è vero che le è stata somministrata una seconda dose di veleno, in seguito alla quale è svenuta ed è stata ricoverata d’urgenza. Tra il “pubblico” presente nell’aula dell’esecuzione c’erano anche i genitori della ragazza uccisa, testimoni di un dolore profondo e in attesa di una risposta giudiziaria lunga trent’anni.
A distanza di dieci giorni da quella terribile esperienza, Christa è uscita dall’ospedale ed è tornata in carcere sotto controllo medico; inoltre, è l’unica persona a essere sopravvissuta a due dosi di iniezione letale.
Per trent’anni ha atteso quel momento nel braccio della morte femminile di Nashville, in Tennessee. Vi era stata rinchiusa dopo essere stata condannata per l’omicidio di una compagna di corso, commesso quando aveva appena diciotto anni insieme al suo fidanzato.
Se il suo futuro è ancora incerto, il passato è ormai noto a tutti.
L’infanzia e la giovinezza di Christa sono state segnate da gravi traumi, abusi, abbandoni, problemi di salute e tentativi di suicidio, all’interno di un contesto familiare fortemente instabile. Motivi per cui i suoi avvocati difensori, supportati da gruppi per i diritti umani, hanno richiesto la commutazione della pena di morte in ergastolo, per darle la possibilità di un percorso di riabilitazione e di un effettivo recupero della vita.
Il governatore del Tennessee, tuttavia, non ha ancora risposto. Adesso la stanno curando, ma forse solo per poter tentare di ucciderla di nuovo. Cosa ne sarà del suo futuro, ora che tutti conoscono il suo passato?
(Tiziana Rinaldi)









