Tra algoritmi invadenti, compensi da fame agli artisti e scelte etiche controverse, la nota piattaforma è sotto accusa. Ma le alternative non mancano

Non è necessario essere attivisti, eroi o eroine per contribuire a una società migliore: possiamo fare la differenza anche con piccoli gesti quotidiani, apparentemente insignificanti. Ascoltare musica, per esempio.
In un mondo dove le piattaforme digitali dominano il panorama musicale, la nostra attenzione e i nostri click hanno un valore. E allora vale la pena chiedersi: dove va quel valore? Chi ne beneficia? Possiamo fare scelte più etiche anche quando si tratta di ascoltare musica? Come vedremo, possiamo eccome.
Spotify sotto i riflettori: di cosa la si accusa
La riflessione parte dalle critiche e proteste che in tutto il mondo stanno investendo quello che probabilmente è il più popolare servizio di streaming musicale in circolazione, Spotify. Non sono poche le ombre che destano preoccupazione riguardo l’aspetto etico di questa piattaforma. Ecco di cosa la si accusa.
Compensi agli artisti. Molti musicisti indipendenti denunciano guadagni irrisori, mentre solo una piccola élite riesce a sopravvivere grazie agli stream. Se un brano caricato sulla piattaforma non supera i mille ascoltatori all’anno, infatti, non riceverà alcun pagamento. Ad essere colpiti da questa pratica, chiamata “demonetizzazione”, sono circa due terzi del catalogo. La conseguenza è che crescerà sempre più il divario tra le poche grandi star internazionali sostenute dalle major, che continueranno a prosperare, e la maggioranza composta da artisti minori.
La United Musicians and Allied Workers Union ha criticato la riforma dei pagamenti introdotta lo scorso anno, affermando che arricchirà ulteriormente chi è già in cima alla piramide, lasciando a bocca asciutta tutti gli altri. Critiche anche da Future of Music Coalition, che ha accusato Spotify di tradire la sua promessa iniziale di equità e accesso per tutti.
Un algoritmo particolarmente aggressivo. Spotify scoraggia la libera scelta dell’utente, trasformando l’esperienza d’ascolto in un feed che ripete se stesso, soffocando la scoperta e premiando solo chi si piega alle sue regole. In pratica, più che suggerirci cosa ascoltare, l’app ci forza attraverso un algoritmo che registra ogni skip, replay e preferito, costruendo un profilo a cui spinge sempre più musica simile a quella che già ascoltiamo. Il risultato è che ci ritroviamo chiusi in una bolla musicale, nella quale c’è poca varietà. Gli artisti più coraggiosi e originali vengono di fatto tagliati fuori perché l’algoritmo di Spotify favorisce chi produce brani “ottimizzati” per funzionare bene nel sistema. In altre parole, la personalizzazione diventa così forte da trasformarsi in una sorta di filtro che riduce la scoperta e concentra la visibilità su pochi nomi, rendendo la musica meno libera e più scontata.
Investimenti nel settore bellico. Le polemiche più recenti sono legate alla figura di Daniel Ek, fondatore di Spotify, che ha investito centinaia di milioni di euro, tramite il fondo Prima Materia, nella start-up Helsing, specializzata in tecnologie militari basate sull’intelligenza artificiale. L’azienda sviluppa software per droni, sottomarini e sistemi di sorveglianza. Questo ha scatenato una vera e propria ondata di boicottaggi. Tra i più noti, i Massive Attack hanno chiesto la rimozione il loro catalogo da Spotify, dichiarando: “Vedere i proventi del nostro lavoro contribuire allo sviluppo di tecnologie letali e distopiche è inaccettabile”. La band ha aderito anche alla campagna No Music For Genocide, che denuncia l’uso dell’intelligenza artificiale per scopi bellici e repressivi. In Italia il Mei (Meeting etichette indipendenti) ha invitato i propri sostenitori ad abbandonare Spotify, favorendo piattaforme più etiche.
Annunci pubblicitari anti immigrati. A peggiorare la situazione, nel settembre 2025 Spotify ha iniziato a trasmettere annunci pubblicitari dell’agenzia statunitense ICE (Immigration and Customs Enforcement), rivolti al reclutamento di nuovi agenti. La ICE è accusata di metodi repressivi, violazioni dei diritti e di alimentare un clima di paura con agenti mascherati in assetto da guerra e deportazioni di massa. Alcuni spot trasmessi su Spotify descrivono gli immigrati come “pericolosi illegali”, suscitando indignazione tra utenti e artisti. La band americana Thursday ha chiesto pubblicamente la rimozione di questi annunci, invitando i fan a boicottare la piattaforma.
Amicizie discutibili. Spotify ha finanziato parte della cerimonia di insediamento di Donald Trump, contribuendo all’organizzazione di un brunch celebrativo nella sua campagna elettorale.
All’evento era presente Ben Shapiro, conservatore radicale critico verso il progressismo, il femminismo, il multiculturalismo e le politiche identitarie. Il suo podcast ha suscitato polemiche per alcune dichiarazioni su Islam, aborto, transgender e Black Lives Matter, che molti considerano provocatorie e offensive.
Sulla piattaforma, inoltre, è ospitato in esclusiva il podcast di Joe Rogan, noto per le sue posizioni giudicate razziste e negazioniste. Le polemiche attorno al suo podcast hanno portato artisti come Neil Young a ritirare la propria musica da Spotify in segno di protesta.
Scegliere diversamente si può
Le voci critiche nei confronti di Spotify non mancano: giornalisti, riviste culturali, critici musicali e centinaia di artisti tra cui Taylor Swift, Joni Mitchell, Thom Yorke, Nigel Godrich, David Byrne, Trent Reznor, Adele, Beyoncé, Jay‑Z, Garth Brooks, The Black Keys, Tool, Moby, Snoop Dogg, Coldplay e tanti altri. Tutti d’accordo nel denunciare mancanza di trasparenza e pratiche discutibili.
Cosa possiamo fare, invece, noi utenti? Esiste la possibilità di continuare a coltivare la nostra passione per la musica senza sensi di colpa, rispettando i nostri valori e sostenendo i nostri artisti preferiti in maniera più equa? La risposta è decisamente affermativa.
La musica che si sente meglio: tanti altri servizi di streaming musicale
Spotify è diventata sinonimo di streaming musicale, ma non è affatto l’unica opzione disponibile. Anzi, per chi cerca un’esperienza diversa, più etica e di miglior qualità, esistono piattaforme che offrono condizioni migliori per gli artisti, maggiore definizione audio e una filosofia più trasparente. Alcune di queste alternative mettono al centro la musica indipendente, altre puntano sull’alta fedeltà, altre ancora propongono modelli di pagamento più equi.
Passiamo dunque in rassegna, in ordine alfabetico, le piattaforme di streaming musicale più importanti. A voi la scelta.
Amazon Music è un’opzione comoda per chi è già dentro l’ecosistema Amazon. Offre audio HD e Ultra HD, un catalogo vasto e integrazione con Alexa. Tuttavia, i compensi agli artisti non sono particolarmente trasparenti e la filosofia resta legata a logiche commerciali. Non è tra le opzioni più etiche, ma può essere utile per chi cerca praticità.
Apple Music punta su qualità e integrazione. Supporta l’audio Lossless e Dolby Atmos, ha uno dei cataloghi più ampi al mondo e offre una remunerazione agli artisti leggermente superiore a quella di Spotify. Si distingue per la sua accessibilità, con una integrazione profonda con VoiceOver, Siri e l’intero ecosistema Apple, che garantisce un’esperienza molto fluida per chi usa screen reader o comandi vocali. Tuttavia, la piattaforma resta chiusa e poco trasparente nei suoi algoritmi. È una scelta solida per chi cerca qualità e compatibilità, ma non è la più virtuosa sul piano etico.
Bandcamp è la piattaforma più etica in assoluto. Gli artisti ricevono circa l’85% dei ricavi e gli utenti possono acquistare direttamente album, singoli e merchandising. Bandcamp promuove addirittura giornate speciali in cui rinuncia alla propria quota per devolvere tutto agli artisti. Non ha algoritmi, non ha pubblicità, e valorizza la musica come bene culturale. È la scelta ideale per chi vuole sostenere la scena indipendente in modo diretto e consapevole.
Deezer si distingue per aver sperimentato il modello di pagamento “user-centric”, in cui i soldi dell’abbonamento vanno direttamente agli artisti che l’utente ascolta, anziché essere distribuiti in base al volume totale di stream. Offre anche audio Flac (qualità CD) e un’interfaccia intuitiva, con un buon equilibrio tra algoritmi e scoperta musicale. È una delle opzioni più promettenti per chi cerca equità nel sistema di distribuzione.
Qobuz è perfetta per gli audiofili e gli amanti della musica curata. Offre contenuti editoriali, download in alta risoluzione (fino a 24-bit) e promuove l’acquisto diretto degli album. Non usa algoritmi invasivi e valorizza la musica come esperienza culturale. È meno mainstream, ma più profonda e rispettosa della musica come arte.
SoundCloud è un ecosistema aperto e creativo, dove chiunque può caricare musica. È particolarmente amato da DJ, produttori e artisti emergenti. La piattaforma consente monetizzazione diretta e interazione tra utenti, con commenti sulle tracce e possibilità di repost. È meno strutturata delle altre, ma più viva e sperimentale. L’etica dipende molto da come viene usata, ma resta uno spazio importante per la libertà creativa.
Tidal è un’alternativa etica e orientata alla qualità. Offre audio HiFi e HiRes, ha una politica di compensi più generosa rispetto alla media e ha promosso iniziative per la giustizia sociale. Alcuni piani prevedono che una quota dell’abbonamento vada direttamente agli artisti più ascoltati dall’utente. È una delle scelte migliori per chi cerca un ascolto di alto livello e vuole contribuire a un modello più equo.
YouTube Music è una scelta accessibile e ricca di contenuti, grazie all’integrazione con i video musicali e le performance live. Tuttavia, l’etica della piattaforma è controversa: l’uso intensivo di algoritmi, la pubblicità invasiva e i compensi bassi agli artisti la rendono meno sostenibile. È utile per varietà e accesso gratuito, ma non è la scelta più responsabile.
Di seguito vi forniamo la nostra classifica delle tre migliori piattaforme per etica, vastità del catalogo, qualità audio e accessibilità.
| Classifica | Etica | Catalogo | Qualità Audio | Accessibilità |
|---|---|---|---|---|
| 1° posto | Tidal / Qobuz (pari) | Apple Music / YouTube Music (pari) | Tidal / Qobuz (pari) | Apple Music |
| 2° posto | Apple Music / Deezer (pari) | Spotify / Amazon Music (pari) | Apple Music / Amazon Music (pari) | Spotify |
| 3° posto | Amazon Music | Deezer | Deezer / YouTube Music (pari) | Deezer |
Come trasferire le nostre playlist in una nuova piattaforma
Una volta scelto un nuovo servizio di streaming musicale, molti si chiederanno: come trasferire da Spotify le nostre playlist, gli artisti, gli album e le canzoni preferite salvate nel tempo?
L’operazione è semplice e richiede pochi minuti grazie a vari servizi online specializzati in questo lavoro, come TuneMyMusic, Soundiiz o FreeYourMusic, che permettono di trasferire e sincronizzare facilmente i contenuti tra piattaforme diverse. Basta collegare i propri account, selezionare le playlist o gli album da trasferire e scegliere la piattaforma di destinazione: il servizio copierà automaticamente i brani, mantenendo spesso anche l’ordine originale della playlist. Questi strumenti sono particolarmente utili per chi vuole cambiare servizio senza perdere anni di raccolte musicali o per chi desidera ascoltare le proprie selezioni su più piattaforme contemporaneamente.
La scelta sta a voi
La musica ci accompagna ogni giorno, ma raramente ci fermiamo a pensare al sistema che la sostiene. Un sistema di luci e ombre, in cui però possiamo fare la differenza. Liberarsi da Spotify non vuol dire rinunciare alla nostra passione: significa scegliere consapevolmente come viverla, in alcuni casi provando un’esperienza d’ascolto decisamente migliore.
Ogni stream è una scelta. Voi da che parte state?
(Manuel Tartaglia)









