La recente vicenda della famiglia nel bosco ricorda in qualche modo quella degli aborigeni australiani dello scorso secolo

Nathan e Catherine, i genitori della “famiglia del bosco”
Da che mondo è mondo siamo naturalmente portati a giudicare chi vive in modo diverso da noi. È ciò che è accaduto anche a Nathan e Catherine, i due genitori che hanno scelto uno stile di vita fuori dagli schemi, lontano dalla società convenzionale, crescendo i loro tre figli nella natura incontaminata delle montagne abruzzesi. La famiglia vive off-grid: autosufficiente dal punto di vista elettrico grazie ai pannelli solari, con l’acqua che proviene da un pozzo, e con un percorso educativo basato sull’home schooling.
Ad aprile di quest’anno, un episodio ha acceso l’attenzione su di loro: l’intera famiglia è finita in ospedale per un’intossicazione da funghi raccolti nel bosco. Da quel momento media e autorità hanno iniziato a monitorare più da vicino la situazione.
Proprio in questi giorni, il Tribunale per i Minori dell’Aquila ha disposto l’allontanamento dei tre bambini in una struttura protetta. Tra le motivazioni dell’ordinanza si parla del rischio di una “lesione del diritto alla vita di relazione” dei minori. Ma cosa si intende davvero per “vita di relazione”? Qual è il modello che consideriamo adeguato? Vivere immersi nella natura può davvero essere considerato più limitante rispetto ad altri stili di vita moderni, spesso caratterizzati da un’esposizione continua ai social e a dinamiche non sempre salutari?
Questo episodio fa riflettere: ricorda la storia delle Stolen Generations, le “generazioni rubate”: tra il 1900 e il 1970, in Australia, migliaia di bambini aborigeni furono sottratti alle loro famiglie in base a politiche statali e direttive ecclesiastiche. Il motivo dichiarato? Assimilarli alla società bianca, con l’obiettivo di cancellare gradualmente la cultura indigena. La polizia prelevava i bambini ritenendoli “a rischio” – spesso senza alcun fondamento – per trasferirli in orfanotrofi o in famiglie bianche, impedendo loro di parlare la lingua madre o di praticare le proprie tradizioni.
Per molti anni il governo australiano negò o minimizzò l’accaduto, finché nel 2008 il Primo Ministro presentò le scuse ufficiali del Parlamento alle Stolen Generations.
Il parallelismo non è storico né corrispondente (forse), ma invita a una domanda: quanto tempo dovrà passare prima che, anche in Italia, si apra una riflessione sulle conseguenze delle decisioni prese oggi nei confronti della “famiglia nel bosco”?
(Tiziana Rinaldi)





