Tra nostalgia e riflessioni, come è cambiato il nostro rapporto col telefono

Troppo spesso, ormai, mi sorprendo a dire “ai miei tempi”.
È il segno — inevitabile — del tempo che scorre. “Ai miei tempi il telefono si usava per telefonare”, avrebbe detto mia nonna.
E invece, oggi, lo dico io.
In casa ne avevamo due: uno sul comò della camera da letto, il classico apparecchio della Sip color avorio; l’altro in corridoio. Quest’ultimo era uno dei geniali regali di mia cugina Simona, vera campionessa di doni originali: un telefono a forma di dollaro, con il simbolo dorato “$” in bella vista. La sua caratteristica più memorabile era il cavo interminabile, che ci permetteva di parlare spostandoci praticamente ovunque: dal bagno alla sala da pranzo. A modo suo, un antenato del moderno cordless.
Il ricordo più vivido legato a quell’apparecchio riguarda le telefonate infinite con la mia amica Claudia, che allora abitava al piano di sotto. Due rampe di scale — diciotto gradini in tutto — ci separavano fisicamente, eppure, dopo la scuola o durante le lunghe giornate estive, sentivamo comunque il bisogno di passare ore a chiacchierare, appese a quel filo, come se vivessimo ai lati opposti del mondo.
Il telefono squillava presto nelle profumate mattine natalizie o nei giorni di festa, portando gli auguri dei parenti lontani; altre volte squillava per notizie meno felici e spesso per dare voce alle lunghe, interminabili conversazioni di qualche anziana zia logorroica.
Ai miei tempi il telefono era un mezzo prezioso: aveva il potere di accorciare le distanze. Con una semplice ed economica card potevo chiamare mio fratello ovunque fosse: Inghilterra, Spagna, Australia.
Oggi, con strumenti infinitamente più potenti, posso sentirlo quando voglio — previo appuntamento, certo — ma con una facilità che allora sembrava fantascienza.
Qualche giorno fa, durante un lungo tragitto in autobus nell’ora di punta, osservavo la solita varia umanità stipata tra i sedili: i più giovani, studenti appena usciti da scuola, sedevano comodi, impegnati a scrollare nervosamente e distrattamente i loro smartphone, ormai estensioni naturali delle mani. Di fronte a loro, uomini e donne non più giovanissimi, visibilmente provati da una giornata di lavoro, e dall’ennesimo interminabile viaggio di rientro, cercavano di mantenersi in equilibrio stringendo una borsa in una mano e il corrimano nell’altra.
“Ai miei tempi”, penso, i ragazzi si sarebbero alzati per lasciare il posto ai “più grandi”, forse.
Ai miei tempi il telefono si usava per telefonare. Oggi lo usiamo, troppo spesso, per distrarci dalla realtà.
(Tiziana Rinaldi)





