Le recenti polemiche sul professore influencer Vincenzo Schettini, stimolano una riflessione sull’accessibilità della cultura

Il professore di fisica Vincenzo Schettini
Non ho mai avuto una passione particolare per la fisica. O almeno così credevo, perché anni dopo la scuola, durante il corso per il brevetto da subacquea, la materia è riemersa con prepotenza: “un corpo immerso in un liquido riceve una spinta dal basso verso l’alto pari al peso del volume del liquido spostato”, la legge di Archimede, imparata davvero sott’acqua. Ed è stato lì che ho capito una cosa semplice: le regole diventano memorabili quando diventano esperienza, quando smettono di essere teoria e inizi a toccarle con mano.
Per questo, quando ho visto il professore Vincenzo Schettini spiegare la fisica con esperimenti pratici, entusiasmo e una teatralità contagiosa (a tratti esagerata), ho pensato: finalmente qualcuno che ha capito come si insegna. Barattoli pieni d’acqua, palline colorate, esperimenti in classe: un modo eccentrico, forse bizzarro, ma efficace.
All’inizio il suo metodo è stato celebrato sui social, condiviso, rilanciato, era quasi rassicurante vedere un insegnante che accendeva la curiosità invece di spegnerla, come spesso accade. Poi però, negli ultimi giorni, alcune vicende hanno acceso un dibattito più ampio e a quel punto la mia riflessione è andata oltre la fisica.
È andata all’università. Un anno e mezzo fa mi sono iscritta all’università in tarda età, e l’ho fatto anche perché la facoltà che ho scelto prevede addirittura che le lezioni si possano seguire online, comodamente da casa. Se non fosse stato così, probabilmente non mi sarei iscritta, perché a una certa età si cercano le comodità, ma soprattutto si cercano possibilità concrete. La modernità, in questo caso, non è un capriccio: è inclusione.
Le università telematiche permettono di seguire le lezioni quando si vuole, ma hanno un costo diverso. L’università pubblica, invece, in alcuni casi offre una grande opportunità, una formula ibrida: aula e collegamento da casa. Eppure, dentro questa opportunità convivono mentalità molto diverse.
Ci sono professori generosi che registrano le lezioni, condividono materiali, preparano slide chiare, facilitano chi lavora o ha difficoltà, preparano esperimenti da condividere in aula. E poi ci sono quelli più rigidi, quelli che si infastidiscono se qualcuno prova a registrare la lezione online, quelli che, se da casa non riesci a collegarti, rispondono “non è un mio problema”, quelli che impediscono a chi segue da remoto di partecipare a un lavoro di gruppo perché — parole loro — il lavoro deve essere fatto da chi si “spacca la schiena in aula”, come se la fatica fosse misurabile solo in presenza.
E poi c’è un altro aspetto, meno discusso ma molto diffuso: l’obbligo implicito di studiare su libri scritti dagli stessi professori che tengono il corso, testi inseriti nel programma come riferimento principale, talvolta unico, libri che difficilmente avrebbero lo stesso mercato se non fossero sostenuti dall’obbligo accademico (fortuna vuole che molti di questi testi siano reperibili nella biblioteca di ateneo, ma pochi studenti ne sono a conoscenza).
È legittimo? Forse sì. È opportuno? La domanda resta, perché quando l’accesso allo studio passa anche attraverso l’acquisto di testi scritti da chi valuta, il confine tra didattica e interesse personale — anche in questo caso — diventa sottile.
La vicenda legata al professore di fisica, che ultimamente ha fatto parlare di sé per le sue esternazioni in cui non disdegnava la possibilità di offrire cultura a pagamento, mi ha fatto riflettere su una questione più grande: la cultura è un bene prezioso, e proprio perché è preziosa dovrebbe essere accessibile. Non significa abbassare il livello, non significa regalare voti, significa riconoscere che oggi esistono strumenti che ampliano le opportunità. Una registrazione può permettere a uno studente lavoratore di non abbandonare, un collegamento online può consentire a una madre, a un caregiver, a chi vive lontano, di continuare a studiare. Un esperimento pratico può far amare una materia che altrimenti resterebbe soltanto un insieme di formule ostili. Perché insegnare non significa trasmettere contenuti, ma offrire uno sguardo sul mondo.
Un barattolo pieno d’acqua può insegnare più di cento pagine di teoria, una piattaforma online può fare la differenza tra inclusione ed esclusione.
Forse la vera domanda non è come o dove si insegna la fisica. La vera domanda è: vogliamo che la conoscenza sia davvero per tutti?
(Tiziana Rinaldi)









