Il film di Vincenzo Alfieri va oltre il racconto della triste vicenda di Willy Monteiro Duarte, offrendoci un crudo spaccato di vita e obbligandoci alla riflessione

Giordano Giansanti e Luca Petrini interpretano i fratelli Bianchi
Che il cinema sia la vostra passione o meno, ci sono film che semplicemente vanno visti. È il caso di 40 secondi, di Vincenzo Alfieri, tratto dall’omonimo libro di Federica Angeli (40 secondi. Willy Monteiro Duarte, la luce del coraggio e il buio della violenza, Baldini+Castoldi, 2022).
La trama
Non temiamo di “rovinare la sorpresa” a nessuno vista la notorietà dei fatti: la storia, ahinoi, la conosciamo tutti. 40 secondi racconta ciò che accadde nella notte del 6 settembre 2020 a Colleferro, in provincia di Roma, quando Willy Monteiro Duarte, un ragazzo nato a Roma da genitori capoverdiani, venne pestato a morte nel tentativo di sedare una rissa in difesa di un amico. Gli autori del pestaggio sono gli altrettanto tristemente noti fratelli Bianchi, che stanno attualmente scontando la propria pena in carcere.
La storia di Willy scosse le coscienze non solo di chi assistette in prima persona alla sua morte, ma dell’opinione pubblica intera, scioccata da una crudeltà tanto feroce quanto ingiustificata.
Un racconto per nulla scontato
Se è vero che chi assiste a 40 secondi sa già cosa sta per vedere, non è altrettanto vero che la visione sarà scontata. Il regista Vincenzo Alfieri ci espone i fatti con una tecnica sia visiva che narrativa originali: la sua non è una mera cronaca degli eventi, bensì la cruda ricostruzione di tutto ciò che li precede.
A Willy la vita viene tolta in soli quaranta secondi, ma come siamo arrivati a quegli attimi fatali? È questo quello che ci mostra il film, attraverso una scelta stilistica particolare ed efficace, raccontandoci, uno alla volta, il vissuto di ognuno dei ragazzi coinvolti nella rissa, del maresciallo intervenuto sul luogo del delitto, dei due assassini e, soltanto alla fine, della vittima. Un racconto corale fatto di tante storie diverse che si intrecciano indissolubilmente in quella tragica notte.
Quasi un documentario
A questa scelta narrativa si affianca un’impostazione visiva altrettanto efficace. Il film rinuncia al formato cinematografico abituale per adottare una cornice più stretta (una sorta di 4:3 che richiama il vecchio standard televisivo), comprimendo lo spazio e costringendo lo sguardo a restare addosso ai personaggi. I numerosi primissimi piani diventano così una sorta di trappola visiva: la regia ci costringe a guardare da vicino, senza concedere vie di fuga.
La fotografia di Andrea Reitano, asciutta e realistica, e il montaggio serrato contribuiscono a mantenere costante la tensione. Ne nasce un racconto che procede senza respiro, restituendo la claustrofobia della vita dei ragazzi di provincia, sospesi tra il desiderio di emergere e la rassegnazione, tra la voglia di scappare e quella di riscattarsi.
Miseria, alcool, prepotenza, ignoranza: più piccola è la comunità e più il degrado si amplifica. Ecco che il piccolo Comune diventa una polveriera: un microcosmo chiuso, saturo di frustrazioni e aspettative, in cui ogni personaggio sembra sul punto di esplodere.
Per stessa ammissione del regista, il film ha un taglio fortemente documentaristico: una scelta azzeccata che non lascia spazio al romanzo, preferendo concentrarsi sull’asciutta realtà.
Andatelo a vedere
Chi lo ha perso al cinema, può vedere 40 secondi su Netflix. Un atto quasi dovuto per un’opera che lascia il segno e che merita di essere vista, discussa e portata nei luoghi dove si parla di educazione e di società. Sono tanti gli spunti di riflessione che la vicenda di Willy Monteiro Duarte ci pone e che vanno al di là del fatto di cronaca. 40 secondi, infatti, non condanna e non assolve, ma cerca di spiegare.
(Manuel Tartaglia)






