In questi giorni si parla molto dell’opportunità di scendere in strada e manifestare il proprio dissenso, quasi come fosse una novità. Eppure parliamo di un diritto acquisito da secoli

L’articolo 17 della Costituzione italiana sancisce un principio fondamentale della vita democratica: “I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi”. Il testo costituzionale distingue chiaramente tra autorizzazione e preavviso: per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto alcun permesso preventivo, mentre per le manifestazioni in luogo pubblico è sufficiente darne preavviso alle autorità. Queste possono vietarle soltanto in presenza di comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.
Eppure, l’esigenza di scendere in piazza per rivendicare diritti o contrastare decisioni di governo non è un’invenzione dei moderni sistemi democratici. Lo sciopero e il dissenso della collettività affondano le proprie radici nell’antichità classica, molto prima della nascita dei moderni cortei.
La più antica testimonianza documentata di una protesta collettiva e pacifica risale al 1170 a.C., nell’Antico Egitto, sotto il regno del faraone Ramesse III. Gli artigiani e gli operai di Deir el-Medina, incaricati di costruire le tombe reali nella Valle dei Re, incrociarono le braccia a causa dei ritardi nelle consegne delle razioni di cibo e grano. Fu il primo sciopero della storia: gli operai marciarono verso i templi e bloccarono i lavori finché non ottennero quanto spettava loro (e lo ottennero!).
Per trovare la prima grande manifestazione studentesca bisogna invece spostarsi nell’Antica Cina del 166 d.C.. Sotto la dinastia Han, oltre 30mila studenti dell’università imperiale guidati dall’attivista Guo Tai, scesero in piazza contro la corruzione dei funzionari di corte e degli eunuchi reali, in un evento che fu purtroppo represso duramente dall’imperatore con arresti di massa.
È solo con la Rivoluzione industriale nell’Inghilterra del XIX secolo che la “manifestazione” assume il significato moderno. Tra il 1830 e il 1840, le tute blu organizzarono per la prima volta sfilate cittadine e raduni pacifici per richiedere il suffragio universale e condizioni di lavoro dignitose, ponendo le basi per i movimenti dei lavoratori dell’età contemporanea.
Venendo ai giorni nostri, la spinta alla mobilitazione appare più viva e sofferta che mai. In Francia, il mondo studentesco si è mobilitato contro la profonda crisi della scuola pubblica: classi sovraffollate, carenza di docenti ed edifici fatiscenti si sono intrecciati con le proteste generali sul carovita e le polemiche sulla manovra economica. Tensioni che hanno portato a scontri drammatici, lasciando sul campo numerosi feriti, tra cui un quindicenne che ha subito la perdita di una mano.
La situazione non è differente in Italia, dove da oltre una settimana le proteste attraversano il Paese da Sud a Nord. Se nel Meridione autotrasportatori e agricoltori hanno bloccato i principali snodi stradali, nelle città settentrionali le manifestazioni sono sfociate in duri scontri con le forze dell’ordine. Quanto accaduto a Milano è tuttora al centro di accese polemiche e il clima non accenna a placarsi. Anche nel nostro Paese il mondo della scuola e dell’università chiede a gran voce investimenti strutturali nell’istruzione e nell’edilizia scolastica. Emblematica è la contestazione degli studenti universitari milanesi: ben 1.559 giovani, pur risultando idonei all’assegnazione di un posto letto, sono rimasti senza alloggio e senza la possibilità di instaurare un confronto diretto con la rettrice. Attualmente stanno dormendo in tenda, fuori dall’università.
Tracciare questo filo tra passato e presente ricorda quanto il dissenso sia un elemento costitutivo delle società civili. Come amava ricordare un grande Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, manifestare ed esprimere il proprio pensiero in modo civile non rappresenta una minaccia alla tenuta dello Stato, bensì la vittoria più concreta e nitida di un paese libero e democratico.
(Tiziana Rinaldi)





