Una riflessione su quanto caro può costare la superficialità

“Capodanno, tempo di bilanci”. Era questa la frase con cui, fino a pochi anni fa, chiudevamo l’anno con un gruppo di amici. Affittavamo una casa in campagna e, complice il caminetto e qualche bottiglia di vino, ci sedevamo davanti al fuoco per bruciare pezzi di carta igienica su cui avevamo scritto le cose dell’anno appena trascorso che non ci erano piaciute. Una sorta di esorcismo! Come per dire: “Bruciamo tutto ciò che non è andato, così non tornerà più!”. E l’anno, ovviamente, finiva con grasse e grosse risate. A tarallucci e… vino!
Raramente il Capodanno è stato festeggiato in locali con cenone, balli, premi e cotillon; più spesso ci ritrovavamo in casa di amici, nelle abitazioni più grandi e accoglienti, condividendo la cena.
“Capodanno, tempo di bilanci”. Da un po’ non lo dico più. Forse è meglio evitare bilanci personali.
Oggi, i bilanci sono quelli che vedo al TG il giorno dopo. Quest’anno – nonostante le consuete ordinanze firmate dai sindaci – addirittura prima che l’anno finisse: nella periferia di Roma, un uomo di 63 anni è morto per l’esplosione di un petardo che, a quanto pare, stava accendendo. A Napoli, un ragazzo romano di 24 anni è finito al pronto soccorso ben due volte: durante la prima visita gli sono state amputate tre dita a seguito dell’esplosione di un petardo; non contento, è tornato in strada e un altro petardo gli è esploso in faccia mentre lo stava accendendo.
Quando sento notizie del genere, di persone che si fanno del male per superficialità, per compiere gesti inutili, penso a chi in quel momento è in pronto soccorso: medici e infermieri che si danno da fare per salvare vite umane, per salvare anche chi si aggrappa alla vita, magari chi ha avuto un infarto proprio mentre un petardo esplodeva. Chi attende da ore in silenzio, forse destinato a non vivere più.
Capodanno, tempo di bilanci. Questo motto, che usavo da più giovane, credo non sia mai stato pronunciato dai ragazzi che hanno passato la fine dell’anno a Crans-Montana. Giovani, giovanissimi. Alla loro età, ai miei tempi, non mi sarebbe stato concesso andare al veglione di fine anno in un locale come Le Constellation. O forse sì.
Forse, se fossi stata in vacanza nella integerrima Svizzera, nella perfetta Svizzera, magari con i miei genitori, mi avrebbero concesso una serata di fine anno in un locale anche a 16 anni. Forse. E forse vedere passare candele accese, sistemate sulle bottiglie di champagne, mi sarebbe piaciuto. Non avrei pensato, a 16 anni, che il soffitto in legno potesse prendere fuoco. Non avrei pensato, come faccio oggi grazie al mio background lavorativo, a controllare dove fossero installati estintori e uscite di sicurezza. Mi sarei divertita, certo. Avrei fatto foto e video da condividere sui social. Mi sarei goduta la serata fino a che avrei potuto. Fino a che le fiamme si sarebbero propagate, fino a che non mi sarei resa conto che avrei dovuto scappare a gambe levate, cercando di aiutare chi potevo. Cercando di salvare la pelle. Cercando di tornare a casa da mamma e papà.
Capodanno, tempo di bilanci: 47 morti e 113 feriti. Un bilancio non definitivo, purtroppo.
(Tiziana Rinaldi)





