Sterminare centinaia di persone e la sera tornare a casa dalle proprie famiglie come se niente fosse. È questa la realtà raccontata da alcuni membri dell’esercito israeliano intervistati nel film documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor

Un’immagine del film NAZA
Il conflitto israelo-palestinese tiene banco da decenni nelle discussioni diplomatiche dei grandi della terra, nelle chiacchiere al bar e, in tempi più recenti, nelle risse virtuali sui social, dove la polarizzazione regna sovrana. Comunque la si pensi e da qualsiasi parte si stia, però, ci sono cose che dovrebbero andare al di là della propria appartenenza e delle proprie opinioni: una su tutte, il rispetto della vita umana.
Per questo motivo, film come NAZA dovrebbero mettere d’accordo tutti (il condizionale è d’obbligo perché – ahinoi – non è ciò che sta accadendo).
Drammi collaterali
Il titolo del film documentario si rifà a un acronimo militare: “nezek agavi”, che in ebraico significa “danno collaterale”. Con questo eufemismo, gli appartenenti dell’IDF (l’esercito israeliano) definiscono uomini, donne e bambini che vengono da loro uccisi nonostante non abbiano nulla a che fare con il terrorismo, se non per il fatto di essere familiari, conviventi o vicini di casa di qualche membro dell’organizzazione terroristica Hamas, la quale combatte Israele e si oppone alla sua sua occupazione nei territori palestinesi.
Una bambina ammazzata dalle bombe israeliane è una naza. Una famiglia imparentata con un membro di Hamas che viene uccisa nel sonno sono cinque naza. Se un palazzo a Gaza viene raso al suolo e dentro ci sono cento persone, per l’esercito israeliano avremo cento naza.
L’orrore quotidiano
A raccontare il sistematico sterminio di civili in Palestina non sono le vittime, bensì i carnefici: ventiquattro, tra soldati e membri dell’intelligence israeliana, che in forma anonima spiegano come vengano pianificati e realizzati i bombardamenti a Gaza. Il tutto con la naturalezza con cui si racconterebbe un banale impiego d’ufficio.
È proprio questo che colpisce durante la visione del film: l’indifferenza con cui queste persone riescono a spezzare centinaia di vite umane per poi tornare a casa la sera dalle proprie famiglie, come se fosse stata una normalissima giornata di lavoro. Un orrore quotidiano che lascia lo spettatore sgomento.
Le reazioni, tra apprezzamenti, critiche e disinformazione
Hanno rischiato grosso, i registi Yuval Abraham e Rachel Szor, realizzando il loro NAZA, minacciati di morte e considerati traditori della propria patria. Nonostante ciò, il loro lavoro è stato apprezzato e premiato un po’ ovunque, come alla Biennale di Venezia, dove ha conquistato il Premio Speciale della Giuria.
Non mancano, tuttavia, le voci contrarie. Una delle critiche più frequenti al film documentario è che le persone intervistate siano coperte dall’anonimato e quindi inattendibili: in realtà si tratta di una tutela nei loro confronti, i loro nomi sono noti agli intervistatori e a garantire la veridicità di quanto esposto c’è l’autorevolezza del quotidiano britannico The Guardian, che ha prodotto NAZA.
Un’altra critica che viene rivolta all’opera di Yuval Abraham e Rachel Szor, è che non vi sia un contraddittorio: tuttavia, che senso avrebbe ascoltare la versione ufficiale dell’IDF, in un film che denuncia ciò che sta compiendo l’IDF? Senza contare il fatto che di opere che esprimono il punto di vista di Israele ce ne sono già diverse, a cominciare dalla serie TV Fauda, trasmessa dal colosso dello streaming Netflix, per finire con NAZA: The Real Story, un controdocumentario israeliano realizzato in fretta e furia e diffuso capillarmente tramite Web e social, che imita nel titolo e nell’estetica (entrambi sono stati girati di notte sui tetti di Tel Aviv) il NAZA originale, generando confusione nel pubblico.
Anche in Italia sono girate per giorni notizie false sui social network, come quella secondo cui sarebbe prevista la trasmissione del film su Raiplay. La stessa Rai ha dovuto smentire la notizia. In realtà il film è tuttora disponibile nelle sale cinematografiche, mentre a fine novembre è previsto lo streaming sul sito del Guardian.
Come con il Covid o con la crisi climatica, esistono anche i negazionisti dello sterminio in Palestina, secondo i quali il film sarebbe una montatura poiché a Gaza non starebbe accadendo nulla di grave. Tuttavia sono liberamente fruibili il rapporto di Amnesty International, gli aggiornamenti dell’Onu o il resoconto di Medici senza frontiere, che raccontano una realtà drammatica.
Una visione istruttiva
Dal canto nostro, consigliamo la visione di NAZA a tutte e tutti, soprattutto a chi non sa cosa stia accadendo a Gaza e a chi è convinto che in Medio Oriente si stia combattendo una guerra giusta.
Come detto in apertura, ci sono cose che dovrebbero andare al di là della propria appartenenza e delle proprie opinioni: una su tutte, il rispetto della vita umana.
Almeno su questo, dovremmo essere tutti d’accordo.
(Manuel Tartaglia)







