Il primo articolo della nostra Costituzione: attualissimo sulla carta, sempre meno messo in pratica nella realtà odierna

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.
È la prima frase della nostra Costituzione. Tutti l’abbiamo sentita almeno una volta, ma non sempre ci fermiamo a pensarci. Quelle parole racchiudono l’essenza del nostro patto sociale, il legame che unisce cittadini e istituzioni attraverso il lavoro.
La prima volta che le sentii avevo sei anni. La mia maestra, la minuta e composta signora Abbatescianni Maria (una sorta di Signora Minù in carne e ossa) le pronunciò solennemente davanti alla classe. Parole grandi, forse troppo per le orecchie di un bambino, ma che restano impresse, proprio come il grembiule bianco che indossavamo ogni mattina con rispetto.
Erano gli anni in cui Sandro Pertini, presidente della Repubblica, esultava al Bernabeu per il gol di Marco Tardelli ai Mondiali del 1982. Un momento di gioia collettiva: l’immagine di un Paese orgoglioso, unito, pieno di speranza.
Ma dietro quell’entusiasmo, l’Italia del lavoro stava già cambiando profondamente. Negli anni Ottanta la classe operaia iniziava a perdere peso. Le fabbriche si automatizzavano, le macchine prendevano il posto degli operai e l’informatica si affacciava timidamente nel mondo produttivo. Il potere dei sindacati, protagonista degli anni Settanta, cominciava a indebolirsi. Allo stesso tempo cresceva il settore dei servizi, della finanza, della comunicazione e della pubblicità. L’Italia passava dal lavoro manuale al lavoro “di mente”. La tuta blu lasciava spazio alla giacca e al computer.
Con gli anni Novanta arrivò la globalizzazione. Le aziende cominciarono a spostarsi all’estero, i confini economici si aprirono e la parola chiave diventò “flessibilità”. Il posto fisso, simbolo di sicurezza per i nostri genitori, iniziò a scomparire. Al suo posto arrivarono contratti precari, partite Iva, collaborazioni a progetto. Eppure nascevano anche nuovi mestieri: informatici, designer, esperti di marketing, professioni legate al mondo digitale.
Oggi il lavoro sta cambiando di nuovo. L’intelligenza artificiale, la robotica e la digitalizzazione stanno ridisegnando interi settori. Da un lato, cresce la precarietà. Dall’altro, emergono nuove possibilità per chi sa reinventarsi: lavori più flessibili, creativi e autonomi. Si può lavorare da casa, in un coworking o persino da una caffetteria con il portatile aperto e un caffè accanto.
Ma, nonostante tutto, il sogno resta lo stesso: avere un lavoro dignitoso, che permetta di sopravvivere e di costruire un futuro stabile.
Rileggere oggi l’articolo 1 della Costituzione significa riscoprirne il valore. “Fondata sul lavoro” non vuol dire solo avere un’occupazione: significa diritti, dignità, partecipazione, la possibilità per ogni persona di sentirsi parte del Paese.
L’Italia di oggi è molto diversa da quella della mia maestra e di Pertini, ma la sfida è identica: fare in modo che il lavoro resti cuore della cittadinanza, non solo un modo per arrivare a fine mese.
Perché una Repubblica fondata sul lavoro non è solo una frase da imparare a memoria, ma un impegno da rinnovare ogni giorno e, visti i tempi, a ogni età.
(Tiziana Rinaldi)









